Cronache di vita di un cane buffo

Torture scozzesi per bracchetti: lo shopping con mamma!

Che mia madre avesse delle idee parecchio diverse dalle mie, su tutti i campi, lo avevo già intuito da tempo. Ma in materia di “passeggiate” eravamo destinati ad un inevitabile e tragico conflitto. Perchè purtroppo per lei “Passeggiare” non è un’attività pensabile in sè e per se: deve essere inevitabilmente contornata da un corollario di attività quali: guardare le vetrine, sostare nei negozi, entrare nei camerini, portare in giro carrelli, e insomma, per sintetizzare… spendere soldi. Secondo la mamma è valide il seguente teorema: “passeggiare”=“SHOOOPPING!!!”

Mia madre, che gira felice, con me infilato nel carrello. Notare la sua espressione radiosa…

Personalmente sono del tutto contrario al suo approccio così materialista, così frivolo e così grettamente consumistico… ma cosa ci posso fare? Lei è inguaribile. Per lei si tratta di una vera e propria malattia: spendere soldi è l’unica cosa che la gratifica. A parte me, ovviamente. Da quando sono con lei, posso dire con un certo orgoglio di aver esercitato un influsso decisamente positivo sulle sue finanze: avendo praticamente smesso di lavorare per accudirmi, ha anche smesso di spendere soldi, che non ha più.

Per quasi due mesi dopo il mio arrivo non è andata da nessuna parte. Ma sapevo dentro di me che la situazione non poteva durare. Quello che non riuscivo a intuire, nella mia innocente mente di bracchetto scozzese, era fino a che punto la ricaduta del suo male potesse trascinarci entrambi.

Fu un lunedi pomeriggio, dopo pranzo. Eravamo in Brianza a casa dei nonni, ma sapevo che il mio week end era ahimè ormai concluso e presto saremmo rientrati a Milano. Lungo la strada, lei fu presa da un attacco. Fu terribile… lo ricordo bene: cercò di resistere, ma non riuscì a controllarsi. Doveva comprare qualcosa, qualsiasi cosa. La supplicai di resistere fino al negozio di animali di Monza… ma nulla, era troppo tardi. Lei aveva già fermato la macchina. E dove? Dove aveva deciso di dare sfogo al suo squallido vizio? Dove voleva condurmi, nella mia innocenza di cucciolotto? Nel più tristo, nel più squallido e nel più depravato dei luoghi.

Il Leroy Merlin.

Non mi spiegherò mai il senso dell’esistenza di un posto che pretende di vendere in modo professionale quell’incredibile accozzaglia di cose che si trovano al Leroy Merlin. Girando per gli scaffali c’è davvero di tutto: dal martello all’asse per il cesso, passando per le sdraio, gli accessori per il bagno e chi più ne ha più ne metta. Mamma sosteneva che le servissero degli armadi per il balcone… e cosa fece? Prima mi trascinò in giro senza meta per cercare tutto, tranne gli armadi in questione. Poi, avvilitasi per la mancanza totale di quelli che lei considera “generi di primo consumo”, vale a dire scarpe immetibili e borse gigantesche, decise di darsi da fare sul serio. Mi caricò su un carrello, insieme agli armadi, e si mise a sospingermi con molto poco tatto fino alla cassa.

Ecco un sistema comodo e pratico per portarmi in giro nei negozi!

Devo dire che l’esperienza del carrello non fù per niente traumatica, anzi. Era terribilmente comodo:stavo seduto con lei che mi trascinava in giro, senza il rischio di essere calpestato o manomesso dai passanti, e senza consumare troppe energie per nulla. Peccato solo che alla cassa la commessa mi guardò fin sotto al culo per cercare il codice a barre, ma pazienza… Come prima esperienza temevo molto peggio.

Quello che non sapevo è che il bello doveva ancora venire. Non contenta di aver messo ordine al mio balcone, che io adoravo in versione incasinata e folkloristica, l’orrenda donna decise di portare avanti le sue operazioni di messa a punto della casa altrove. E pochi giorni dopo, eccoci nel parcheggio dell’Ikea, in compagnia della zia Misa e di quel figo dello zio Robbo.

Capite anche voi la totale mancanza di gusto e di classe di mia madre, che frequenta quanto di più abbietto e squallido esista commercialmente in giro: io adorerei fare shopping con i nonni in Via della Spiga, sorseggiare un cappuccio in un bar di classe dalle parti di Brera, entrare nei negozi più chic per farmi ammirare dalle commesse… ma lei dove va!? Ikea. Leroy Merlin. Tze, quanto squallore.

All’ingresso dell’Ikea ci dettero una notizia che ci lascio esterefatti. Io potevo entrare solo con la muserualo. Peccato che un cane della mia classe, ovviamente, non abbia mai con sè la museruola. Allora un terrificante inserviente ci propose un’alternativa: un carrellino tipo spesa, con montada davanti una specie di scatola di plastica trasparente, lucchettata e munita di buchi per l’aria. IO dovevo stare nella cassettina.

Eccomi, mentre mi rinchiudono nella scatola delle torture...

Mamma era al settimo cielo, e vedeva realizzarsi tutti i suoi sogni in termini di shopping, ma io ero sconvolto. Quella cassettina chiusa mi dava claustrofobia, e nonostante la mia ben nota calma serafica, ero veramente scosso. Resistetti per un po’ ma ad un certo punto, tra il diva Sventung e la sedia Uplsa, non riuscii più a trattenermi e mi misi cautamente a guaire per richiamare l’attenzione dei qualche passante.

Non l’avessi mai fatto.

Mamma iniziò subito a dare i numeri. Non so cosa pensasse nel suo cervello da gallina, ma probabilmente si era convinta che io ADORASSI stare chiuso in una scatolina di plastica poco più grande di me e che volessi affittare quel carrello squallido per le vacanze estive, non lo so. La cosa drammatica era che lei non capiva come tirarmi fuori. Dopo un frenetico soprallugo in giro per il carrello, si convinse che l’inserviente demoniaco mi aveva blindato li dentro… e si era tenuto la chiave. In pieno panico si imbarco in ascensore, accompagnata dagli zii i quali stavano già cercando di scassinare la scatola in questione con mezzi di fortuna, mentre lei si impegnava a fare quello ceh sa fare meglio: l’isterica. Nel mezzo dell’ascensore pieno, tra urla, pianti e strepiti, un ditinto signore si schiarì la gola e suggerì timidamente: “Mi scusi, ha provato con la chiave appesa al cordino?”

Molto meglio lo zio, non ci sono proprio paragoni...

Ovviamente mia madre non aveva visto nessuna chiave, e nessun cordino. Era ormai ridotta ad un brodo primordiale di lacrime e sensi di colpa verso il suo povero figlio maltrattato e vilipeso, che sarei poi io. Per fortuna intervenne la zia, che mi liberò dalla mia gabbia di plastica a rotelle e mi mise fra le braccia della povera donna piangente.

Il resto dell’Ikea la visitai stile Leroy Merlin: seduto sul carrello aperto, con lo zio Robbo che prendeva le rincorse per lanciarci entrambi per i corridoi a velocità supersonica. Fu molto, molto bello. Era come giocare a guardie e ladri, perchè se ci beccava l’inserviente eravamo ammoniti, ma noi eravamo molto attenti ed organizzati: la zia Misa faceva il palo, lo zio Robbo correva, io ero felice sul carrello e la mamma urlava cose senza senso sulla mia supposta delicatezza e sensibilità.

Secondo lei chiudermi in una scatola di plastica era chiaramente più sano e più sicuro che lanciarmi in giro per l’Ikea su un sicurissimo carrello guidato dal mio zio preferito… che tra l’altro ha anche il brevetto di volo. Mah, valla a capire. Uscimmo comunque vittoriosi dall’Ikea, carichi di trespoli in ferro per le piante grasse a casa (alè, un’altra cosa in meno con cui giocare!) e dopo aver giurato di tornarci, con la museruola… di bene in meglio.

Lo zio Robbo SA come far divertire un bracchetto. Eccolo mentre prende la rincorsa prima di lanciarci in un lungo corridoio…

Ma quello che ancora non sapevo era che il Natale si avvicinava veloce. E con lui shopping ben più terrificante… quello dei regali di Natale. Ma lo rimandiamo alla prossima puntata.

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