Cronache di vita di un cane buffo

La mia prima volta ai giardinetti

La mia prima volta ai giardinetti

Devo dire che Milano, come città, non mi è piaciuta poi molto. La trovo grigiotta e squallida, non ci sono prati, e quando siamo in giro mi tocca stare con quell’umiliante trabiccolo addosso, a farmi strattonare malamente dalla mamma. Però è innegabile: le grandi città hanno molti vantaggi: la vita sociale, per esempio, è davvero interessante.
Non fraintendetemi, io adoro i miei zii (anche lo zio Bau, quello che non mi considera): però un cane con la mia vivacità intellettuale ha bisogno di continui scambi, di un intenso dialogo di idee, di un poter parlare con gente nuova e diversa, di confrontarsi.
Farlo con la mamma è difficile: lei è davvero molto limitata. E io capisco che mi voglia bene, ma è di una noia mortale, e sembra che abbia fatto del rompermi le palle il suo lavoro a tempo pieno. Insomma, è pesante. Come tutte le madri.

Avere vedute ristrette mi opprime...

Stare con lei a Milano sarebbe stato davvero noioso, se fossi stato solo: ma per fortuna, già dal primo giorno, la mia vita sociale è stata davvero positiva.
Quella mattina ci siamo svegliati, con le solite scene: la mamma al mattino di solito è davvero lenta! Per fortuna quel giorno aveva un appuntamento ed era un po’ nervosa, e questo deve averla vivacizzata: alle 8.00, con un bel sole fuori, mi ha portato a fare due passi. Mi sono subito chiesto dove volesse andare: conoscendola, temevo in una di quelle gite senza meta e senza scopo verso posti dove gli umani mangiano o in strade piene di gente. Ovviamente le ho subito spiegato il mio punto di vista riguardo l’attività motoria, con la classe silenziosa che mi contraddistingue: mi sono seduto, e siccome lei insisteva, mi sono sdraiato, per chiarire meglio il concetto. Niente da fare: quei 100 metri mi ha costretto a farli, ma parola mia, glieli ho fatti sudare! E queste sono grosse soddisfazioni che solo un piccolo scottie può capire.

Però, una volta tanto, con il senno di poi devo ammetterlo: aveva ragione lei, e avrei fatto meglio a camminare spedito, perchè mi stava portando in posto stupendo! Di tanto in tanto, anche lei fa qualcosa di buono!
Il posto in sé per sé non è nulla di che: il classico parchetto, con erba un po’ stentata, scivoli per i bambini e costellato da svariati esempi di inciviltà varia. Maquello che lo rende speciale è avere uno spazio dove davvero i cagnetti per bene possono trovarsi, parlare, scambiare idee e impressioni: e questo, nella società moderna, spersonalizzata e scostante, è davvero molto importante.

Permettetemi ora di aprire una piccola parentesi. Anche se la mia filosofia di rigida impronta nichilista mi impedisce di provare grosso entusiasmo per il futuro, non posso astenermi da alcune basilari considerazioni: il mondo sarebbe un posto molto, ma molto migliore se ci fosse più cagnetti. Se si arrivasse ad una media di 1,2 cagnetti pro capite, la popolazione di Milano avrebbe già risolto un buon 80% dei problemi legati alla criminalità, al disagio giovanile, all’uso di sostante stupefacenti e ai disturbi alimentari. Prova un po’ a drogarti, quando hai un piccolo cane peloso da portare a spasso. Prova a diventare troppo magro: il retriever che tira al guinzaglio te lo vieta, con il suo sano atletismo e la sua spiccata voglia di buon cibo. Prova a svaligiare una banca, accompagnato dal tuo fido bulldog.
E dopo questa considerazione preliminare, eccone un’altra: non solo il mondo sarebbe migliore, con più cagnetti; i cagnetti sarebbero migliori, con più parchetti. Inoltre (e qui concludo) i parchetti sarebbero migliori con più aree cani.

La mia nonna, che è una milanese un po’ vecchio stampo, non apprezzava le aree cani: lei non le capiva. Le parevano un modo di isolarci, di tenerci separati dal mondo. Bhe, cara la mia nonnina: le aree cani sono molto, ma molto di più. Sono l’equivalente canino del vostro “canton du ball”, del bar in piazza, del circo degli scacchi o della società numismatica: nelle aree cani noi possiamo fare quello che vogliamo, liberi di esprimere il meglio di noi stessi, senza rischio di finire travolti dagli odiosi mezzi di trasporto dei bipedi e soprattutto senza dover ricorrere a quegli umiliantissimi guinzagli.

Appena arrivati all’area cani la mamma si è guardata in giro, ha esitato un attimo, e poi mi ha liberato. E’ stato bellissimo poter stare li libero, e mi sono subito messo a snasare in giro e a esplorare: il posto era tranquillo, ma pieno di odori interessanti. E poi, appena arrivati, abbiamo subito trovato un SACCO di cagnetti, con cui iniziare ad intessere una rete di reciproche conoscenze.

La prima che ho incontrato è stata la Oshi: una bella signorina (di lavoro fa il pastore tedesco), elegante e un po’ sulle sue, ma una personcina davvero a modo. Essendo di dimensioni notevoli, ed essendo io un piccolo scottie estremamente ben educato e gentile, ho subito usato la mia mossa del capottamento: esposta allo charme del mio pancino gommoso, è subito caduta ai miei piedi. Bhe, non proprio, mi ha un po’ ignorato, ma non ha fatto storie mentre io le saltellavo intorno cercando di pinzarle le orecchie. La mia strategia è davvero infallibile!

Poi quella mattina era presto ed era agosto: Milano era ancora in vacanza, c’era poca gente e noi non siamo rimasti a lungo. Ma io ho capito subito che in quel posto avrei trovato un sacco di amici: e così è stato.
Non avevo nessuna voglia di tornare a casa, e l’ho fatto presente alla mamma come di consueto. Lei, come di consueto, mi ha strattonato malamente.
Ma arrivati a casa c’è stata una novità: mamma è diventata anche più nervosamente isterica del solito, mi ha fatto un lungo discorso (che non ho capito, perché quando lei mi parla, io parlo tedesco), mi ha abbracciato piangendo (e li ho pensato: oddio, avrò mica un male incurabile?!) e poi ha chiuso la porta del corridoio, ed è uscita.

Un piccolo scottie alla finestra, affacciato sul mondo

E io sono rimasto li, solo.
E’ stato bellissimo. Sentire finalmente i miei pensieri, solitamente coperti dal casino del suo ciarlare; potermi rilassare da solo, sul mio tappeto, senza essere strapazzato come un animale di pezza… è stato bellissimo.

Poi lei è tornata.

E il mio sogno di solitudine si è infranto. E’ entrata in casa come una furia, gettando le cose per terra e piangendo: mi ha seriamente preoccupato. Io ero li tranquillo, che la guardavo: penso di non essere riuscito a nasconderle quanto fossi deluso dal suo rientro così improvviso… Ma lei sempre singhiozzando è corsa da me, mi ha tastato, sprimacciato, grattugiato e preso in braccio.
Non ho capito bene perché piangesse, ma ormai ho smesso di chiedermelo: è un temperamento talmente isterico che piange quasi sempre senza alcun reale motivo. Saranno gli ormoni, o chissà cosa, davvero non immagino. E poi, in fondo in fondo, non posso negare di essermi sentito sollevato: per quanto sia noiosa è utile averla intorno. Se non altro mi porta al parchetto.

Ci siamo tornati subito, e questa volta per strada non ho fatto troppe storie: ho subito capito dove si andava, e per una volta mi sono trovato a condividere l’itinerario della mamma. Di quando in quando mi sedevo e tiravo in direzione opposta, giusto per ricordarle che ero li al guinzaglio e che non mi piaceva starci, ma il tragitto è stato abbastanza indolore. E una volta arrivati ho subito potuto conoscere un sacco di altri amici!

Eccomi. In realtà mi si vede appena mentre dò il meglio di me con la mia amica Connie...

La Dolly per esempio, gestisce la sua bipede facendo la maltese: è una ragazza molto simpatica anche se non condivido la sua posizione del correre velocissima per giocare. Personalmente preferisco un approccio diverso. Achille invece fa lo stesso mestiere della Oshi, il pastore tedesco, anche se lui lavora con un bipede diverso: è un cane interessante, anche se di dimensioni davvero cospicue, per il mio standard.
La Connie, a dispetto della giovane età (a pochi mesi anche lei), gestisce una famigliola di umani: lei fa il setter e non solo è di uno splendido colore (il nero!) ma ha anche delle ammirevoli gambe lunghe. Forse un po’ troppo lunghe: io preferisco la gambina breve di cui posso disporre io.
Poi c’è Willy, un pacato cagnone bianco, che non ho capito bene che lavoro faccia ma è sempre tanto distinto. E Skye, un bellissimo, signorilissimo collie: Skye è davvero un esempio di classe e distinzione e vorrei poter parlare di più con lui, ma purtroppo vengo un po’ snobbato. Un altro cane che ammiro molto è Arturo: un dalmata anomalo caratterizzato da un approccio filosofico estremamente rigoroso. Lui ha delle gambe così lunghe che non ha bisogno gli vengano aperte le porte del nostro recinto: va a viene da solo, via aerea. Vedendolo ho capito che per quanto la mia gambina breve sia di gran classe, avere la coscia lunga nella vita è decisamente comodo.

Io che bacio con fervore Willy (fa il sostenuto, ma sono tutte pose) per farmelo amico...

Olga invece si è subito conquistata la mia simpatia, perché fa lo stesso lavoro dello zio Pepe: è una deliziosa bassottina a pelo duro, con cui è bello parlare nonostante ami un po’ troppo la corsa per i miei gusti sedentari. Uno splendido esempio di come deve essere una gambina di classe: corta, compatta, breve. Come dice la zia Misa, quando pasticcia il suo fratellino Pepe: “Una patte deve stare tutta in mano”. Concordo in pieno.
Poi c’é Jack, un Jack Russel con cui vorrei tanto giocare ma che a me preferisce la sua pallina: passa le ore a inseguirla e ne è davvero ossessionato. Abbiamo rischiato di litigare più di una volta perché credeva che gliela volessi portare via! Fortuna che i jack russel non sono tutti così: la Minù ad esempio è una tipa davvero tosta che quando ci si mette ti tiene sveglio per ore correndo come una matta. Ma non solo: si fa anche sgranocchiare un po’ (che è l’unico modo di giocare che piace a me!)

In compagnia di una mandria di jack russels: Jack e la Minù

Come sempre succede, ci sono cagnetti con cui ho sviluppato rapporti amicali particolarmente stretti. Pluto, per esempio, è un delizioso bassotto a pelo lungo, dotato di frisé naturali sulle orecchie, che in virtù del suo buon carattere e della sua magistrale sopportazione è diventato a me carissimo: Pluto si lascia masticare le orecchie senza mai accennare ad un rimprovero, e si limita a cercare rifugio sulle panchine solo quando inizio a pigiargli la schiena in modo da lui considerato eccessivo.
Poi c’è Viola, una simpatica labrador mia coetanea con cui condivido alcuni passatempi: entrambi amiamo rotolarci per terra, morderci e fare bagni di fango. Peccato solo lei sia di colore chiaro, personalmente ritengo che ci sia un unico colore davvero adatto ad un cagnetto per bene: il nero.
La mia migliore amica al parchetto, per esempio, è nera come me: si chiama Tanita ed è un po’ più giovane e di taglia decisamente maggiore della mia, ma sono cose su cui si sorvola facilmente quando si ha la nostra profondissima comunione spirituale, la nostra sintonia. Io e Tanita facciamo insieme ogni cosa: scaviamo nella buca comune sotto la panchina, oppure nella sabbionaia iniziamo nuove enormi buche enormi, vere grandi opere di sabbia; corriamo poco; ci rotoliamo insieme nel fango, mordendoci con passione e senza mai darci noia. I nostri gusti coincidono perfettamente, e sebbene Tanita abbia gambe lunghe e qualche macchietta bianca sul muso e sulla coda io ho sempre avuto per lei la più grande stima.

Sembra un grumo di pelo, ma siamo io e Tanita che giochiamo a mordimordi, il nostro gioco preferito

Tra l’altro, ho notato di essere l’unico cane di tutto il parchetto che non riesce a salire sulle panchine, e questo è decisamente umiliante: perfino cani più piccoli di me riescono farlo senza difficoltà. Credo dipenda non tanto dalla cortezza delle mie piccolissime pattes, ma anche dalla cospicua dimensione del mio posteriore: issarlo a quell’altezza è proprio impossibile.

Durante i miei primi giorni inoltre, tutti non facevano che parlarmi di una certa Guendalina. Io non l’avevo mai vista, ma tutti i cagnetti me ne parlavano molto bene e mi dicevano che dovevo assolutamente conoscerla, perchè anche lei, come me, era una piccola scottie nera, e con lei avrei potuto davvero parlare alla pari! La sorte è strana, e gioca buffi scherzi: nonostante fossimo sempre vicini in linea d’aria, io e Guenda ci mettemmo un bel po’ ad incontrarci. Un giorno trovammo per strada la sua fama: lei ci fermò e passo un po’ di tempia  chiacchierare con la mia (immagino si confrontassero sulla gioia di essere madri di piccoli scottie: personalmente non prestai la minima attenzione al loro dialogo). Poi una volta ai giardini sentii qualcuno che mi chiamava a gran voce da lontano (la mamma si spaventò, perchè a lei non succede mai che qualcuno la chiami, e fatica a comprendere che io sono molto più popolare e simpatico di lei!): era il papà di Guendalina, che volle subito conoscermi e mi pasticcio come sempre fanno i bipedi con me. A parte questo, lo trovai simpatico: chiaramente aveva un gran gusto, almeno in fatto di cagnetti! Poi un giorno la mamma vite Guendalina dalla finestra: io stavo dormendo (era una domenica mattina!) e lei venne a chiamarmi e mi prese in braccio per mostrarmela, ma ero assonnato e non ho gradito per nulla essere sospeso davanti alla finestra spalancata del secondo piano!
Insomma, per di conoscere Guendalina, in persona, ci ho messo almeno almeno una settimana… ma ne è davvero valsa la pena! Appena l’ho vista, non potevo credere ai miei occhi: era davvero una piccola scottie come me!!! In realtà era molto meno piccola di me, perché ha qualche mese in più, ma l’emozione è stata davvero molta. Anche perché Guendalina è davvero BELLISSIMA! Appena l’ho vista ho pensato alla mia mamma, anche se devo dire che lei non è stata proprio incoraggiante: mi ha subito fatto capire chi comandava. Guenda è un piccolo scottie pieno di temperamento, come è giusto che sia: ma per me non ci sono mai grossi problemi a ribaltarmi, sono un cagnetto davvero dolce e remissivo. In realtà Guenda ci ha messo un paio di settimane a vedere qualcosa che non fosse la mia pancia: appena lei si avvicinava, io mi ribaltavo, per portarmi avanti e farle capire la stima che nutrivo nei suoi confronti. Ora farsi rosicchiare da lei e fare la lotta è davvero bellissimo, siamo amicissimi e quando lei arriva ci mettiamo subito a giocare insieme e formiamo una squadra davvero affiatata. Se ci sono da mettere in riga i Jack Russel ce li dividiamo in modo da placcarne uno a testa, se ci sono da insegnare le buone maniere a qualche cucciolo lei lo tiene fermo e io gli salto addosso (o viceversa, perché lei è davvero bravissima a saltare addosso, fa dei salti stile ninja per placcare meglio che sono davvero spettacolari!)
Insomma, con Guenda ho finalmente trovato una mia simile, ed è inutile che dica che per quanto gli altri cagnetti mi piacciano lei è davvero spaciale per me: datemi del razzista se volete, un po’ lo sono è vero, ma insomma… Black Power!!!

Insomma, forse stare a Milano non mi sarebbe piaciuto così tanto se non avessi avuto tutti questi amici, ma così è davvero divertente: un’intensa vita sociale e una casa comoda in cui tornare a riposarsi di tanto in tanto. Mi sono abituato in fretta a questa routine e poco alla volta ho anche imparato ad accontentare la mamma (per quieto vivere, più che altro) sulla strada del ritorno e a non farmi tirare. Quello che davvero non riesco a capire è perchè dovrei imbrattare i miei adorati giardinetti facendo li pipi e popo: lo trovo davvero anti-igienico, ognuno certe cose dovrebbe farle a casa propria, altrimenti diventerà un porcile laggiù. Oltretutto è davvero pieno di persone incivili che costringono i propri cagnetti a fare le loro cose nell’erba… e poi le ignorano, abbandonandole li. Quando è successo a me invece la mia mamma è stata molto premurosa: si è subito avvicinata alla mia cacca con un sacchettino e l’ha raccolta. Penso che mi ami al punto tale da volerle conservare tutte, e non so come darle torto, sono davvero dei piccoli capolavori.

Però in ogni caso i giardinetti sono davvero piacevoli: personalmente ci passerei la giornata e credo che la mamma non mi ci porti abbastanza spesso, ma lei non è proprio dello stesso parere. Quando arriviamo a casa io sono sempre stanco morto e mi addormento, ma è anche per noia: lei si siede al suo tavolo e fissa quella scatola quadrata con i tasti davanti, e io dormo sotto la sua scrivania. Non è molto eccitante devo dire… va beh, non voglio lamentarmi, certo che dai nonni si sta meglio, però li ho molti meno amici. INsomma ogni cosa ha i suoi vantaggi.

Ma io sono un piccolo scottie avventuroso e mi adatto facilmente ad ogni situazione, senza mai stancarmi di sperimentare!

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